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Rapsody
in Blue |
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Londra,
1816. George Pinckard nel suo saggio “Notes on the West Indies”
descriveva una nave carica di schiavi appena arrivata dalla Guinea: “...Si
divertono molto a raccogliersi in gruppi e a cantare le loro canzoni africane...;
la loro energia motoria è assai superiore all’armonia della
loro musica...” Più avanti, nel porto di Savannah: “...Li
vedevamo ballare, li sentivamo cantare. Nella danza muovevano poco i piedi,
ma slanciavano le braccia tutto at-torno, e contorcevano e dimenavano
il corpo in un gran numero di atteggiamenti disgustosi e indecenti. Il
loro canto era un urlo selvaggio privo di qualsiasi grazia o armonia,
e salmodiato lungo un accordo aspro...”.
Gran parte della musica che noi oggi ascoltiamo viene da qui.
Certo....: senza Bach probabilmente non esisterebbero neanche gli U2,
ma la musica del ‘900 (e in particolar modo quella detta ‘leggera’,
o ‘popolare’, o ‘di consumo’...) ha un suo immenso
debito con il più grande evento culturale della civiltà
afro-americana: il blues. Quel piccolo rivolgimento copernicano che nel
discorrere musicale spostò violentemente il centro tonale, armonico
e ritmico verso l’Africa, fondando per tutti i generi musicali che
seguiro-no un vero e proprio nuovo linguaggio.
Fu un processo estremamente lungo e ‘diffuso’, nel senso che
non fu legato alla creatività di un singolo, ma fu pro-cesso creativo
collettivo, di tutto un popolo. E cominciò presto a dare i suoi
frutti di grande dignità artistica.
Stasera vorremmo farvi apprezzare diversi aspetti di questa splendida
stagione musicale, ancor oggi viva, ed ele-mento fondante della cultura
del XX secolo.
Nella prima parte della serata vi proponiamo una carrellata su alcuni
degli esiti più vari che la storia della musica improvvisata afroamericana
ha raggiunto: apriremo con Caravan, un’atmosfera volutamente ‘sahariana’,
con la quale Duke Ellington negli anni ’30 volle rievocare le lontane
radici del jazz. Segue una ‘swingante’ interpretazio-ne di
Fly Me to the Moon - canzone di successo degli anni ’50, resa popolare
da Frank Sinatra.
Un esempio di ulteriore contaminazione fu quello tra il cool jazz degli
anni ‘50 e i ritmi brasiliani : Desafinado è forse la bossa-nova
tra le più note. Con The Preacher, il pianista Horace Silver ha
voluto ricreare in chiave ironica la sonorità del dixieland, la
musica delle prime band degli anni ’20. I temi lenti sono invece
chiamati dai jazzisti ‘ballad’: The Nearness of You ne rappresenta
uno dei più belli e intensi.
Ma il jazz è anche storia di interpretazioni. Tutti i jazzisti
amano reinventare i temi composti originariamente con altre caratteristiche:
è il caso di Imagination, una vecchia canzone di James Van Heusen,
stasera riproposta in un arrangiamento bossa-nova..
Chiude la prima parte Perdido, nella più pura forma swing degli
anni ’40.
Tra le due guerre numerosi tentativi furono fatti per assumere gli elementi
del nuovo linguaggio nella tradizione ‘colta’, ma gli esperimenti
di ‘jazz sinfonico’ furono per lo più edulcorate scopiazzature
di quello ‘nero’ autentico.
Forse l’unico che riuscì nell’esperimento fu George
Gershwin (1898-1937), con Rhapsody in Blue (1924) e An American in Paris
(1928), che rappresentano sicuramente i tentativi, tra quelli di utilizzazione
di elementi jazzisti-ci in ambito colto, più fedeli allo spirito
originario, vuoi per l’andamento rapsodico (svincolato quindi dalle
com-plicate architetture della sinfonia o della forma-sonata), vuoi per
la struttura melodico-ritmica dei temi, che ricalca quelli delle canzoni
di allora, di cui peraltro – e non a caso - lo stesso Gershwin fu
notevolissimo autore. Anzi, possiamo sicuramente pensare che proprio la
sua intensa attività di songwriter lo abbia condotto più
facilmente ad ottenere tale risultato, nel momento in qui volle dar prova
di comporre un’opera di più ampio respiro, senza che la tradizione
accademica lo condizionasse nella forma.
La prima esecuzione (avvenuta il 9 febbraio 1924 e affidata alla band
di Paul Whiteman) rappresentò un evento culturale (amplificato
anche dalla presenza di musicisti quali Stravinskji e Rachmaninoff) e
mandò in estasi il pub-blico. Titolo ambizioso della serata era
“Experiment in Modern Music”, dove l’opera di Gershwin,
preceduta da Livery Stable Blues di James La Rocca, venne eseguita nell’arrangiamento
per pianoforte, jazz band e piccolo en-semble d’archi. Successivamente
la partitura venne arrangiata da F.Grofé per orchestra sinfonica,
ed in tale veste il brano è entrato a pieno titolo nel repertorio
concertistico tradizionale.
Gershwin fu incoraggiato dal successo, e l’anno seguente si cimentò
nel Concerto in fa (1925). Seguirono – espe-rimenti meno riusciti
- la Second Rhapsody (1931) e la Cuban Overture (1932).
La struttura della Rapsodia presenta tre sezioni principali, con un Andantino
Moderato centrale: la coda finale pro-pone la ripresa di frammenti dei
temi principali, i quali, senza un vero e proprio sviluppo in senso classico,
si avvicendano in una sequenza che potremmo dire quasi cinematografica...
Sarà a tale ritmo narrativo, assieme ad un linguaggio che mescola
astutamente idioma colto e popolare, che è dovuta gran parte del
successo che riscuote an-cora oggi ?
Per terminare, oggi vogliamo rivivere con voi l’affascinante esperimento
di Gershwin: come in quella sera del lon-tano 1924, proveremo a riproporre
la Rapsodia nell’arrangiamento originale dell’autore, dove
il linguaggio che più si farà sentire sarà proprio
quello jazzistico, che uno spazio vitale lascia all’improvisazione
e all’umore del mo-mento... Probabilmente non assomiglierà
a nessuna delle pur numerose versioni (sinfoniche) che potreste ascoltare
a casa: sarà sicuramente qualcosa di diverso, e forse – o
forse proprio per questo – più vivo.
...Perchè, come ci piace ricordare, diceva uno dei più
brillanti interpreti di Gershwin - Leonard Bernstein - “La musica
senza vita è accademia”.
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