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Charles Mingus
(1922 - 1979)
Gli anni ’50 e ’60 hanno rappresentato uno dei periodi più interessanti e proficui della storia del jazz. Hanno salutato la fine della più grande rivoluzione che la musica afroamericana abbia conosciuto: il be-bop; hanno visto nascere, svilupparsi e morire il seguente “raffreddarsi” di note, composizioni e atmo-sfere nella fase definita “cool jazz”; intorno alla metà degli anni cinquanta poi si è incominciato a parla-re di “jazz-funk”; hanno visto infine germogliare quei primi semi che musicisti come Ornette Coleman, Sonny Rollins e Charlie Mingus seminarono con straordinaria spontaneità e che anticiparono ciò che alla fine degli anni sessanta prese forma con il nome di “free jazz”. In tal senso il ventennio sopra citato risulta essere un ponte che fa tesoro delle conquiste del be-bop e le traghetta al di là dei linguaggi e delle forme sino ad allora conosciute in qualcosa di decisamente ori-ginale, spesso non etichettabile. Se il periodo be-bop infatti è stato essenzialmente legato all’ardire improvvisativo su accordi prestabiliti, spesso anch’essi sottoposti ad accurata revisione, dal “cool jazz” in poi si delinea la tendenza ad un maggior equilibrio tra improvvisazione e composizione. Diventa quindi praticabile la possibilità di unire elementi, sino ad allora cristallizzati in forme abituali, all’interno di una concezione musicale a più ampio respiro in cui possano entrare in gioco, ad esempio, metriche più complesse e frequenti cambi ritmici, forme “allargate” (suites, concept albums) ed emancipazione di al-cuni strumenti dai ruoli ai quali sono rimasti legati sino a quel momento.
Un uomo, forse più di altri, rappresenta la sintesi più originale, libera, divertente ed ironica, figlia di questo straordinario momento della musica afroamericana. La sua musica è fortemente sperimentale e lui è fragile, aggressivo, contraddittorio.
 “In altre parole in me ci sono tre persone. La prima sta sempre nel mezzo, senza preoccupazioni, senza emozioni: osserva ed aspetta l’occasione di esprimere quello che vede agli altri due. La seconda è come un animale spaventato che attacca per paura di essere attaccato... E poi c’è una persona sempre piena d’amore e di gentilezza, che permette agli altri di entrare nella cella più sacra del tempio del suo essere e si fa insultare, si fida di tutti, firma contratti senza leggerli e si lascia convincere a lavorare sottocosto o gratis, e quando si accorge che l’hanno fregato, ...vorrebbe uccidere e distruggere tutto quello che gli sta intorno, compreso se stesso, per punirsi di essere stato tanto stupido; ma non ce la fa ed invece si richiude in se stesso”. “Quale di questi è reale?” ... “Sono tutti reali”.
Il blues è un uomo in una notte gelida,
che cammina per un’eternità,
di luogo in luogo,.
Sutton place o Bowery, ...vivendo".
Charles Mingus

"E' proprio perchè suono jazz che non dimentico mai me stesso. Suono e scrivo me stesso, ciò che provo attraverso il jazz, o qualsiasi altro mezzo. La musica è un linguaggio di emozioni. Se qualcuno è sfuggito alla realtà, non credo possa capire la mia musica, e dovrei preoccuparmi se a qualcuno così questa cominciasse a piacergli !... La mia musica è viva, e parla dei vivi così come dei morti, del bene e del male... E’ arrabbiata, ma, proprio perché sa di esserlo, è vera."
Charles Mingus, Lettera aperta a Miles Davis, “Down Beat Magazine”, 30 Nov.1955

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